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I VOLTI DELL’ANIMA: omaggio a WALTER CRANE (Liverpool, 15 agosto 1845 – Horsham, 14 marzo 1915)

I cavalli di Nettuno
I cavalli di Nettuno, olio su tela, Walter Crane, 1892, Neue Pinakothek, Monaco

Walter Crane è un poliedrico artista inglese che merita di essere ricordato per la creazione di visioni fiabesche capaci di ispirare e nutrire il mondo dell’illustrazione di fiabe e racconti per l’infanzia a cominciare dalla galassia Disney.

Autoritratto
Autoritratto a 21 anni, Walter Crane

Il suo maestro, l’incisore William James Linton, lo introduce all’arte dell’illustrazione  e lo accosta all’arte dei Preraffaeliti, in particolare quella di Edward Burne Jones. Con quest’ultimo collabora alla creazione di alcune opere e condivide tematiche e istanze stilistiche con uno spirito di  comunione e fratellanza che prefigura il movimento originario dell’Art Nouveau inglese: le Arts and Crafts.

Ma Walter Crane, oltre ad essere un artista completo e anche un mirabile illustratore: una sorta di mediatore tra la parola scritta e l’immaginazione del lettore. Il successo di molte storie, dei tanti romanzi che caratterizzano gli ultimi secoli della letteratura mondiale e delle successive trasposizioni cinematografiche è sicuramente dovuto alla capacità immaginativa degli illustratori che, spesso da dietro le quinte, determinano il successo e la diffusione dei testi.

Le prime illustrazioni di Crane sono di carattere naturalistico ed accompagnano gli studi storici e scientifici di John Richard de Capel Wise raccolti nella pubblicazione di: The New Forest.

The New Forest, incisione pagina 60
The New Forest, incisione pagina 60, Walter Crane, 1863 

 

Influenzato da William Morris lavora a svariate opere di design dalle ceramiche ai tessuti, crea opere più classiche da presentare al grande pubblico durante tutto il corso della sua carriera, senza mai rinunciare alla carica fantastica. Ne sono esempio The Lady of Shallot del 1862

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The Lady of Shallot, W. Crane, olio su tela, 1862, Yale Center for British Art, New Haven

il delicato Ritratto della moglie del 1882, Mrs. Crane o i Cavalli di Nettuno del 1892 che abbiamo inserito in apertura del post.

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Ritatto della Moglie, Mrs. Crane, W. Crane, 1882, Museo d’Orsay

i Cavalli di Nettuno del 1892 che abbiamo inserito in apertura del post. Ma l’originalità di Walter Crane si esprime soprattutto nei libri di fiabe illustrati, con Edmund Evans intraprese una serie di pubblicazioni molto innovative che lasceranno un modello fondamentale per i futuri illustratori di libri per l’infanzia. Particolarmente interessanti sono Il principe ranocchio, La bella addormentata nel bosco, Il Principe felice di Oscar Wilde.

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Il Principe Ranocchio, W. Crane, illustrazione, 1873

Il suo stile più narrativo e spontaneo, che guarda alle illustrazioni orientali, riscosse grande successo nel pubblico di ogni età.

I VOLTI DELL’ANIMA: OMAGGIO A JAMES TISSOT

I VOLTI DELL’ANIMA: OMAGGIO A JACQUES-JOSEPH TISSOT, detto JAMES TISSOT (Nantes, 15 ottobre 1836 – Chenecey-Bouillon, 8 agosto 1902), nell’anniversario della nascita.

di Filippo Musumeci

JAMES TISSOT
Dopo aver studiato nelle migliori istituzioni di Nantes, sua città natale, consacrate alle discipline artistiche, si trasferisce a Parigi ed entra all’École des Beaux-Arts con la presentazione di Louis Lamothe, allievo di Ingres, frequentando, inoltre, il Louvre come copista.
Nel 1862, durante il suo soggiorno in Italia, conosce Whistler e Degas, i due modelli primari della sua produzione artistica matura. Rientrato a Parigi apre la sua pittura a soggetti moderni, manifestando una spiccata attenzione per la resa degli abiti e dell’atteggiamento dei modelli.
Nel 1871 si trasferisce a Londra, orientando la sua pittura verso gli usi e i costumi della società contemporanea, sulla scia del Naturalismo francese e dei soggetti, già, affrontati dai giovani artisti impressionisti, come Manet, Monet, Renoir e l’amico Degas. Il desiderio di acquisire una fama certa lo spinge alla ritrattistica borghese industriale, creando, così, uno stile singolare, ispirato alla ritrattistica inglese del Settecento, ma adeguato alle esigenze della nuova classe emergente. Le sue ambientazioni spaziano dai marittimi fluviali agli scenari urbani con indicazioni esatte di monumenti, oppure a contesti sociali dell’elegante vita borghese, quali balli e ricevimenti.
Muore a Bouillon, Doubs nel 1902.

I VOLTI DELL’ANIMA: OMAGGIO A THEODORE CHASSERIAU

I VOLTI DELL’ANIMA: OMAGGIO A THEODORE CHASSERIAU (Sainte-Barbe-de-Samaná, Repubblica Dominicana, 20 settembre 1819 – Parigi, 8 ottobre 1856) nell’anniversario della morte.

di Filippo Musumeci

Théodore Chasseriau nacque il 20 settembre 1819 a Sainte-Barbe-de-Samanà (Repubblica Dominicana), un tempo colonia, da un funzionario di stanza e da una discendente di creoli, ma appena due anni dopo, nel 1821, la famiglia Chasseriau si trasferirà nella capitale francese, ove nel 1830 Théodore inizierà il suo apprendistato quadriennale nell’atelier di Ingres. Qui il giovane pittore romantico acquisirà la lezione del disegno e i canoni della pittura storico-letteraria. L’esordio al Salon avviene nel 1836, esponendo i ritratti dei familiari e “Il ritorno del figliol prodigo” (oggi a Le Havre, Musée André Malraux).
Nel biennio 1836-38 il pittore raccoglierà in un carnet immagini e appunti ispirati ai drammi shakesperiani, di “Macbeth”, “Re Lear” e “Otello”, tradotti poi, nel 1844, in un ciclo litografico non esente della forza evocativa dell’Amleto di Delacroix dell’anno precedente, 1843, specie per “Otello”, liberamente ispirato, a sua volta, all’opera di Gioacchino Rossini, messa in scena in lingua francese nello stesso 1844.
Il 1839 segna il ritorno al Salon con “Venere marina” e “Susanna al bagno” (oggi al Louvre di Parigi), accolte con successo; e nuovamente l’anno successivo, 1840, con il “Gesù nel giardino degli olivi” (Chiesa di Saint-Jean d’Angély). Tra il luglio 1840 e il gennaio 1841 Chasseriau compirà un breve viaggio in Italia, tappa obbligata per gli artisti di età moderna.
Ritornato a Parigi garantirà la sua presenza al Salon negli anni 1841, 42, 49, 52, ricevendo importanti commissioni, come quella del 1844 del ciclo allegorico di affreschi per lo Scalone della Corte dei Conti (in gran parte distrutto dall’incendio durante la Comune nel 1871), opera che influenzerà in modo significato lo stile del grande simbolista francese Pierre Puvis de Chavannes.
Nel 1846 Chasseriau viaggerà in Algeria dando forma a lavori dai colori squillanti e fortemente contrastati.
L’insuccesso insperato delle litografie dedicate all’Otello spingeranno il pittore a tradurne su tela per il Salon del 1849 alcune scene, come “Desdemona si toglie le vesti” (Louvre di Parigi); operazione ripetuta per quello del 1852 con scene tratte dal “Macbeth”, come “Macbeth ha l’apparizione degli spettri del re” (1849-54, Musée des Beaux-Arts di Reims), rifiutato all’Esposizione Universale del 1855, e “Macbeth incontra le tre streghe” (1855, Louvre di Parigi).
In questi anni Chasseriau si dedicherà a numerosi ritratti e soggetti esotici, come il celebre “Tepidarium” (1853, Musée d’Orsay).
Il carattere arcaico ed evocativo delle sue composizioni eserciterà un’influenza significativa nelle opere dei simbolisti francesi Gustave Moreau, Olidon Redon, Gustave Doré e, su tutti, come già detto, Pierre Puvis de Chavannes.
Théodore Chasseriau, ancora trentasettenne, si spegnerà a Parigi l’8 ottobre 1856.

THEODORE CHASSERIAU

ATTRAVERSO UN RIFLESSO. MONET ALLA GAM DI TORINO

di Maria Stella Tubere  (IV Liceo Classico)

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                       Locandina della mostra “Monet. Dalle collezione del Musée d’Orsay”,                         prorogata fino al 14 febbrazio 2016

Anche quest’anno si rinnova la collaborazione tra la Città di Torino e il Musée d’Orsay di Parigi dopo la mostra dedicata a Degas nel 2012 e quella dedicata a Renoir del 2013.

A partire dal 2 ottobre 2015 e fino al 14 febbraio 2016, la Galleria d’Arte Moderna di Torino offre la straordinaria possibilità di ammirare da vicino oltre 40 opere del maestro impressionista Claude Monet (1840-1926).

Attraverso l’esposizione di questi dipinti dal valore inestimabile, la mostra documenta i punti salienti e i momenti decisivi del complesso percorso artistico del pittore, evidenziando la ricchezza, la qualità e la raffinata varietà della sua tecnica pittorica.

I vari soggetti, rappresentati dal genio di Monet, sono il vero gioiello della mostra; incantevoli e magici paesaggi, con studi sui riflessi dell’acqua, giochi di luce sulla neve, scenari disabitati e liberi dalla presenza umana, in cui la natura regna sovrana, altri in cui sono presenti invece le tracce dell’uomo, carrozze, barche, casolari, fino ad arrivare ad imponenti palazzi e scorci della cattedrale di Rouen. Insieme alle molteplici e varie rappresentazioni paesaggistiche troviamo anche i leggiadri ritratti delle donne di fine Ottocento, oltre a dipinti che immortalano scene, attimi della vita quotidiana in tutti i suoi aspetti, felici o meno.

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L’occasione offerta dalla mostra consiste nel poter osservare da vicino, nei minimi dettagli, i capolavori impressionisti di Monet, non considerandoli come dipinti lontani dalla nostra realtà, e capendo la vera tecnica di realizzazione utilizzata dal maestro dell’Impressionismo: chiazze di colore, pennellate spesse e materiche che, se guardate da vicino, donano all’occhio umano una nuova visione del dipinto, che appare infatti come un miscuglio disordinato di colori, di scelte cromatiche spesso antitetiche e complementari, senza un filo logico; il trucco sta nell’allontanarsi, lasciandosi stupire, poco a poco, di passo in passo, da come il dipinto prenda magicamente forma, come se lo stesso Monet stesse dando vita, colore su colore, chiazza su chiazza, alle sue opere, giocando sui riflessi di luci e ombre.

Consiglio vivamente a tutti di visitare la mostra dedicata a Monet, per vivere un’esperienza unica e irripetibile, un’immersione in onde di colore.

P.S. Per saperne di più su Monet e visitare la mostra avendo già un’idea sul grande maestro impressionista, consiglio i due articoli nella sezione “Impressionismo” del blog Sul Parnaso.

IMPRESSIONISMO. LETTURA OPERA: BAL AU MOULIN DE LA GALETTE DI RENOIR

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Autore: August Renoir (1841-1919)

Data di produzione: 1876

Dimensioni: 131 x 175 cm

Dove si trova: Musée d’Orsay, Parigi

Prima di concentrarci sul dipinto, vorrei approfondire in linea generale il significato di Impressionismo, il movimento pittorico che ha dato vita a queste opere ricche di colori e movimento.

L’impressionismo nasce intorno al 1860 a Parigi; deriva direttamente dal realismo, in quanto si interessa soprattutto alla rappresentazione della realtà quotidiana, ma nei suoi aspetti più dolci e sereni.

La tecnica impressionista nasce dalla scelta di rappresentare solo e soltanto la realtà sensibile, occupandosi dei fenomeni ottici della visione.

Si può dire che, pur durando solo una ventina d’anni, questo movimento pittorico lascerà grandi eredità all’arte contemporanea.

I protagonisti dell’impressionismo furono soprattutto pittori francesi: Claude Monet, per eccellenza, Auguste Renoir, Camille Pissarro e, con qualche originalità, Edgar Degas. Per ultimi ma non per importanza Edouard Manet, precursore del movimento, e Paul Cézanne, la cui opera è quella che per prima supera l’impressionismo degli inizi. Monet fa vaporizzare le forme, dissolvendole nella luce; Cezanne ricostruisce le forme, ma utilizzando solo la luce e il colore.

Le date fondamentali dell’impressionismo sono tre:

1863:Edouard Manet espone «La colazione sull’erba»;

1874: anno della prima mostra dei pittori impressionisti presso lo studio del fotografo Nadar;

1886: anno dell’ottava e ultima mostra impressionista.

Il rinnovamento della tecnica pittorica, iniziata da Manet, parte proprio dalla scelta di rappresentare solo la realtà sensibile.

L’occhio umano ha recettori sensibili soprattutto a tre colori: il rosso, il verde e il blu. La diversa stimolazione di questi tre recettori producono nell’occhio la visione dei diversi colori. Una stimolazione simultanea di tutti e tre i recettori, mediante tre luci pure (rossa, verde e blu), dà la luce bianca. Questo meccanismo è quello che viene definito sintesi additiva.

I colori sono dei filtri che non consentono la riflessione degli altri colori. Sovrapponendo più colori, si ottiene la progressiva filtratura, e quindi soppressione, di varie colorazioni, fino a giungere al nero. In questo caso si ottiene quella che viene definita sintesi sottrattiva.

I colori posti su una tela agiscono sempre operando una sintesi sottrattiva: più i colori si mischiano e si sovrappongono, meno luce riflette il quadro.

Gli impressionisti cercano di evitare la perdita di luce riflessa, così da dare la stessa intensità visiva che si ottiene da una percezione diretta della realtà.

Per far ciò adottano le seguenti tecniche:

  1. utilizzano colori puri;
  2. non diluiscono i colori per realizzare il chiaro-scuro;
  3. accostano colori complementari;
  4. non usano mai il nero;
  5. anche le ombre sono colorate.

La pittura degli impressionisti era basata solo sul colore, eliminando la pratica del disegno. La realizzazioni dei quadri non avveniva negli atelier ma direttamente sul posto. È ciò che, con termine usuale, viene definito en plein air, questo perchè secondo i pittori impressionisti la realtà muta continuamente di aspetto. Per questo gli artisti “fotografano l’attimo” catturando le luci, i colori e i movimenti continuamente mutevoli.

Subito dopo la Rivoluzione industriale le città cambiarono radicalmente aspetto, trasformandosi così in accampamenti inquinati e non igienici per immigrati arrivati dalle campagne in cerca di fortuna. Nessuno quindi avrebbe mai avuto l’intenzione di rappresentare questa malsana realtà urbana. Gli impressionisti, invece, cercarono di esaltare la bellezza delle città, anche se nascosta.

Presero come riferimento Parigi. Come sappiamo la capitale francese è per eccellenza la patria del benessere e del divertimento fatti abitudine dai francesi e trasformati in un vero biglietto da visita. Questa vita così colorata ed armoniosa viene rappresentata dai maggiori esponenti impressionisti, regalando piacevoli emozioni agli spettatori.

Il Mulin de la Galette era un locale molto ampio situato nel quartiere di Montmatre, vicino ad un mulino. Era frequentato da molti, rappresentava un luogo di ritrovo dove divertirsi, ballare o semplicemente chiacchierare i compagnia.

Analisi del dipinto

Il dipinto raffigura un ballo domenicale a Montmartre, fu realizzato in gran parte en plein air e dimostra la piena maturità pittorica di Renoir nell’uso complesso della luce, risolto con un gioco di macchie chiare e scure.

Il pensiero di Renoir si può capire leggendo le sue parole:

“Se immersi nel sienzio, si sente squillare il campanello, si ha l’impressione che il rumore sia più stridente di quanto lo sia in realtà. Io cerco di far vibrare il colore in modo intenso come se il rumore del campanello risuonasse in mezzo al silenzio”

La formazione artistica dell’autore è di carattere autodidatta, egli studiò Rubens e il Settecento francese, i capisaldi su cui si basò il suo pensiero. Agli inizi della sua carriera ebbe l’opportunità di conoscere Monet, Bazille e Sisley alla scuola di belle arti. Si lega a questi ultimi e quando Bazille presenta agli altri Cezanne e Pissarro si forma così il gruppo impressionista. Renoir con forma e colore riesce a suggerirci l’idea di movimento e lo stato d’animo collettivo.

L’artista unifica l’insieme con toni di blu scuri, blu purpurei e violetti mescolati a colori più luminosi; le pose dei singoli personaggi sono costruite attraverso angoli arrotondati e curve, mentre i gruppi sono disposti in ampi cerchi che articolano lo spazio. I margini sono morbidi, colpi di pennello creano superfici vellutate, una luce solare macchiata di più colori dissolve e unifica il tutto. La sua pennellata è sinuosa e filamentosa e mantiene un’alta vibrazione. Con tale metodo inizia a rappresentare gli effetti della luce del sole, che, penetrando attraverso il fogliame, creano macchie dorate sui volti e sugli abiti dei modelli. Ai lati, le figure in primo piano sono tagliate di netto e suggeriscono il prolungarsi di quanto rappresentato.
Il punto di vista del pittore è focalizzato sulle due donne al centro, man mano che si guarda in lontananza le persone diventano sempre più sfocate secondo le leggi dell’ottica e dell’ “impressione” ritmica. Nel gruppo seduto attorno al tavolo, sono ritratti la modella Jeanne e sua sorella Estelle, lo scrittore Rivière, Franc Lamy e Goenuette (a destra); fra i ballerini sono riconoscibili, Lhote, Lestringuez, Gervex, Cordey ed altri. Al centro della sala con l’abito rosa, danza Marguerite Legrand, soprannominata Margot, una delle sue modelle preferite. Il cavaliere è Don Pedro Vedel de Solares y Cardenes.

Renoir in quest’opera non solo riesce a rappresentare benissimo la scena in movimeto, egli riesce perfettamente nel suo intento: colore e luce sono i veri protagonisti dell’opera e magicamente tutto si muove: ci si può perdere immaginando la musica che abbracciava questi corpi, si possono sentire le risate e addirittura i passi di danza.

“Ogni colore che noi vediamo nasce dall’influenza del suo vicino” (Monet)

 

“La pittura è una poesia muta e la poesia è una pittura cieca” (L.Da Vinci)

 

(Noemi Bolognesi)