Omaggio a LAVINIA FONTANA (Bologna, 24 agosto 1552 – Roma, 11 agosto 1614)

E’ triste dover ammettere che le donne sono da sempre state relegate in un ruolo minoritario anche per quanto riguarda l’arte. Oggi viviamo tempi migliori, tuttavia il rapporto è ancora decisamente a sfavore delle donne che riescono ad acquisire posizioni di rilievo nel mondo dell’arte, o della scienza o della politica. Nei secoli passati una donna che si dedicava a qualcosa di diverso dalla casa, dai figli e dal marito era decisamente un unicum. Tra le rare donne che hanno sfidato consuetudini, pregiudizi e diffidenza per dedicarsi all’arte una delle più geniali e fortunate è sicuramente la bolognese Lavinia Fontana.

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Autoritratto, Lavinia Fontana, olio su rame, 1579, Uffizi, Firenze

 Lavinia è figlia di Prospero Fontana, anch’egli artista di notevole qualità, soprattutto come ritrattista, qualità che gli valse la raccomandazione di Michelangelo al pontefice. L’apprendistato della nostra pittrice comprende non solo la lezione paterna ma anche quella dei più famosi Carracci, di Sofonisba Anguissola, di Parmigianino e dei veneti Bassano e Veronese. All’atto di prender marito Lavinia impone solo una condizione: poter praticare la pittura. Lo sposo, Gian Paolo Zappi, è artista anch’egli ma ben presto diviene una sorta di agente della moglie, ben più virtuosa e abile in diversi generi pittorici. Lavinia Fontana non si limita alla ritrattistica, realizza opere con finalità liturgiche, allegorie pagane e scene bibliche. Opere di piccole dimensioni, realizzate su rame, con precisione certosina come l’autoritratto nel tondo inserito nelle righe precedenti, ma anche pale d’altare destinate alla devozione dei fedeli come la Consacrazione della Vergine:

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Consacrazione della Vergine, L. Fontana, olio su tela, 1599, Museo delle Belle Arti, Marsiglia

Il ritratto resta in ogni caso il campo in cui Lavinia Fontana si distingue decisamente. I suoi volti riproducono con cura le fisionomie, senza dimenticare di trasmettere le qualità interiori dei rappresentati e di accogliere con estremo dettaglio gli elementi caratterizzanti della moda e del gusto del tempo. Vediamo alcuni deliziosi esempi:

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Ritratto di nobildonna, L. Fontana, 1580, National Museum of Women in the Arts,Washington

Il particolare del cagnolino non è solo allegorico (fedeltà) ma è delicatamente tenero, curatissimi i dettagli sia dell’acconciatura che dell’abito, copiosi i gioielli raccontano tutto il prestigio di questa dama che non a caso può permettersi i servigi di Lavinia. Ma la nostra pittrice si interessa anche a soggetti esteticamente meno promettenti, tra le sue opere c’è infatti un ritratto stupefacente di Antonietta Gonzales, la discendente di una famiglia aristocratica affetta da una rara bizzarria genetica per cui la cute è ricoperta di pelo:

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Antonietta Gonzales, L. Fontana, 1595

Le opere di Lavinia hanno davvero molto da raccontare ma mi piace l’idea di finire questo breve intervento con la raffigurazione più caratterizzante delle donne pittrici del tardo manierismo: Giuditta con la testa di Oloferne.

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Giuditta con la testa di Oloferne, L. Fontana, 1660, Bologna

L’ambientazione cupa ritorna anche nella figurazione famosissima di Artemisia Gentileschi, sicuramente più drammatica e caravaggesca e molto meno decorativa di quella della collega bolognese.

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Giuditta e Oloferne, Artemisia Gentileschi, 1612 ca.

 

Omaggio a ENRICO ACCATINO (Genova, 22 agosto 1920 – Roma, 16 luglio 2007)

Genova è la città natale di Enrico Accatino, un artista molto importante non solo per le opere prodotte, quanto per il metodo proposto e per la rilevanza della sua attività in ambito educativo.

Negli anni cruciali per la riforma della scuola media, negli anni ’60, Accatino affianca il Ministro dell’Istruzione Gui quale consulente per l’educazione artistica, importante è il suo apporto anche in RAI, quando la televisione italiana aveva ancora il fondamentale scopo di educare, e infine estremamente significativo è il suo impegno per l’inclusione attraverso l’arte, in collaborazione con l’Unione Ciechi.

Proviamo a ripercorrere rapidamente le tappe fondamentali della sua biografia: Accatino è un giovanissimo artista autodidatta, dipinge il mondo agreste delle sue colline, con i pennelli ma anche con i versi.

Ho portato per il mondo i profumi dell’estate

Ho portato per il mondo

i profumi dell’estate

le voci dell’infanzia

quando d’agosto sentivo

l’aria e i muri odorosi di mele:

la paglia ha sapore asprigno

il sambuco è amaro

il rovo con la mora è acidulo

il mattone sente ancora

lo striscio della lucertola

il sole è misto d’aria.

Sono nato d’agosto

ho l’estate nel sangue.

1952

E. Accatino

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Gabbiani, E. Accatino, tempera su carta, 1947

Le sue solitarie riflessioni incontrano quelle di Casorati, di Pavese e di Fenoglio, e si perdono tra il mare e la campagna della Liguria, senza mai dimenticare l’uomo. Frequenta a Torino l’Accademia Albertina ma non ne condivide il metodo, tuttavia interrompe gli studi negli anni della guerra che combatte in Puglia nel 52° Battaglione. Qui conosce molti intellettuali tra cui Marco Pomilio e Pietro Guida. Termina gli studi accademici dopo la fine della guerra a Roma e poi parte per Parigi e si apre alle più innovative tendenze dell’arte contemporanea, in connubio con Severini e Giacometti. La peculiarità di Accatino sta proprio in questa commistione di situazioni e atmosfere: è un insegnante precario della scuola pubblica italiana ma è anche un artista e un intellettuale cosmopolita.

La sua stagione figurativa più matura è costituita da cicli importanti che coniugano intensamente uomo/natura e società: il suo soggiorno in Sardegna tra i pescatori di tonno di Carloforte produrrà il ciclo della Mattanza.

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La Mattanza, E. Accatino, 1952

Opera in cui si intravede una forte consonanza con il realismo idealistico di Guttuso, che ha modo di incontrare a Roma dove opera stabilmente.

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Uscita per la pesca, R. Guttuso, 1949

Dal 1957 in poi Enrico si converte all’astrattismo, nelle sue opere geometrie pure, il cerchio soprattutto e colori simbolici che rimandano ad un personale universo di sacralità assoluta.

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Composizione, Accatino, 1959

Dei colori il maestro dell’educazione artistica italiana dice:

“I colori non sono pietre e oggetti che possono vivere separati. Diventano vitali solo quando instaurano tra loro un rapporto di accordo o di dissonanza. E’ l’insieme che caratterizza l’opera e dona ad essa un particolare timbro di tipicità.”

La sua carica innovativa si arricchì anche attraverso ricerche tridimensionali e la tecnica tessile:

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Vortice, Accatini, arazzo, 1970

Per approfondire Enrico Accatino consiglio di visualizzare questo blog.

Omaggio a ASHER BROWN DURAND (Maplewood, New Jersey, 21 agosto 1796 – Maplewood, 17 settembre 1886)

Analogie segrete legano assieme le più remote parti della Natura, come l'atmosfera di un mattino d'estate è pervasa di innumerevoli sottilissimi fili, che vanno in ogni direzione, svelati dai raggi del sole nascente. (R.W. Emerson)

L’artista che omaggiamo in questo post è sicuramente poco noto, come sconosciuta o quasi resta l’arte extraeuropea ante ventesimo secolo. Pure, Asher Brown Durand non ha nulla da invidiare a molti paesaggisti europei del XIX secolo, forse grazie ad una formazione che comincia nell’ambito dell’incisione, per cui precisione e cura del dettaglio sono fondamentali.

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Asher Brown Durand

Durand fu del resto autore di piccoli capolavori filatelici e su sua iniziativa sorse la National Academy of Design di New York. Nel 1830 comincia a dedicarsi alla pittura a olio ma è durante un viaggio tra i monti Adirondack, a nord dello stato di New York, che il nostro artista si lascia incantare dallo spettacolo grandioso della natura. Da quel momento in poi montagne, boschi, laghi, rocce e orizzonti sconfinati divengono il soggetto prediletto della sua pittura.

Asher Brown Durand un po’ come un novello Leonardo da Vinci, realizza molteplici schizzi di ogni particolare: studia fiori, foglie, rocce, tronchi fino a conoscerne perfettamente la grammatica visiva e

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Schizzo dal vero, Asher Brown Durand, 1855, Metropolitan Museum of Art, New York

a quel punto li possiede tanto da poterli inserire nelle sue polifoniche visioni che ricordano quelle classicistiche di Poussin o Lorrain, ma accolgono anche la lezione di un particolare paesaggista come Constable e anticipano il realismo paesaggistico di un Corot o di un Courbet.

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Paesaggio, Asher Brown Durand, 1867, Brooklyn Museum, New York

In ogni caso l’opera di Asher Brown Durand si colloca all’interno dell’Hudson River School, un gruppo di artisti che influenza anche letterati come Emerson e Thoreau, entrambi precursori di quello che oggi definiamo ambientalismo o…passione per il luogo fragile e meraviglioso che ci ospita: la Terra.

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Dirupo roccioso, Asher Brown Durand, 1860, Reynolda House Museum of American Art, Winston-Salem, North Carolina

 

 

 

Omaggio ad ALAN LEE (Middlesex, Inghilterra, 20 Agosto 1947)

Alan Lee è un artista vivente, non famoso quanto meriterebbe in quanto grandi capolavori dell’editoria e del cinema hanno conquistato un enorme pubblico grazie alla sua mediazione visiva.

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Alan Lee

Il ruolo dell’illustratore è infatti fondamentale per creare una visione collettiva del testo letterario o della sceneggiatura cinematografica, anche se nel caso di Lee possiamo più propriamente parlare del ruolo di  conceptual design, ossia di colui che raccoglie le idee, i concetti e li trasferisce ad un primo stadio di progettazione, il nocciolo dell’immagine che poi sarà modellato e perfezionato ma che è grazie all’immaginazione dell’artista qualcosa di concreto. Senza la fantasia degli illustratori molte creature fantastiche e terre immaginarie non popolerebbero i nostri sogni o i nostri incubi. Pensiamo alle splendide illustrazioni di Doré relative alla Divina Commedia o alle immaginifiche creazioni dei Preraffaeliti e degli artisti dell’Art Nouveau come Walter Crane che abbiamo incontrato di recente sul blog. Così i libri di Tolkien che rappresentano una delle più splendide creazioni fantastiche del XX secolo sarebbero rimasti noti solo ai più avidi divoratori della letteratura fantastica senza quelle immagini così potenti che trasportano ragazzi e adulti incantati in nuovi mondi letterari.

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Schizzo di Alan Lee sul mondo fantastico di Tolkien

Alan Lee, insieme ai canadesi J. Howe e T. Nasmith, elabora le descrizioni presenti nella saga tolkiana consegnandocela con la sua impronta e così rende più facile immaginare il mondo degli hobbit, le foreste fatate, i luoghi infernali abitati dagli orchi e le spelonche abitate dai nani.

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Schizzo della scena dell’addio nel finale del Signore degli anelli, Alan Lee

Alan Lee impiega magistralmente gli acquerelli come nell’immagine sopra riportata che cinematograficamente è stata resa così:

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Il ritorno del re, scena finale

Oppure impiega con estrema raffinatezza la linea (con penne o grafite) con esiti sempre stupefacenti e intensi:

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Il re degli stregoni, Alan Lee

Alan Lee ha contribuito alla realizzazione di altre imprese cinematografiche: Legend di Ridley Scott che raccoglie elementi tratti dal mondo delle fiabe di Grimm, King Kong e la serie televisiva Merlin.

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L’unicorno, Alan Lee
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Spirito della betulla, Alan Lee

Il capolavoro editoriale di Alan Lee è invece Faeries, dove le creature magiche dei boschi prendono vita in una serie di tavole illustrate famosissima. Folletti, fate e scenari fantastici elaborati con la collaborazione di Brian Froud affollano le pagine e la fantasia di lettori di tutto il mondo.

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Copertina di Faeries, Alan Lee
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Fate e folletti, Alan Lee

 

 

OMAGGIO A GUSTAVE CAILLEBOTTE ( Parigi, 19 AGOSTO 1848 – Gennevilliers 21 FEBBRAIO 1894)

Il post di oggi raccoglie la collaborazione di entrambi gli autori del blog: Filippo Musumeci e Emanuela Capodiferro.

“Caillebotte dipingeva interni molto belli, con una forte carica psicologica, che riflettevano la coercizione e la repressione a cui era sottoposto il suo ambiente sociale. Sapeva rappresentare con grande efficacia il legno, che sulla tela diventava materia viva, tattile. […] Negli anni immediatamente successivi, durante i quali rimase sempre in stretto contatto con gli amici impressionisti, realizzò alcuni dei suoi dipinti migliori: belle immagini della vita di una Parigi in trasformazione, scene di strada con imbianchini e muratori al lavoro, famiglie borghesi che prendevano il fresco sul pont de l’Europe. […] I suoi lavori avevano una qualità limpida, architettonica, e un realismo unico nel raccontare la vita urbana. Caillebotte era uomo schivo e riservato, ma alla sua maniera – con discrezione – era devoto alla causa del movimento, tanto che Renoir gli riconobbe il merito di essere stato il primo mecenate dell’impressionismo, nel senso che aiutava gli artisti senza alcuna idea di speculazione: <<Tutto ciò che voleva era aiutare gli amici. E lo faceva in maniera molto semplice: comprava solo le tele che considerava invendibili>>. (Sue Roe, “Gli Impressionisti”).

Trovo molto opportuno riprendere questa citazione perché lascia emergere la particolarità di Cailebotte rispetto agli altri impressionisti. La passione per gli interni, per il realismo, per la trattazioni psicologica e sociologica dei suoi soggetti, al di sopra degli effetti di luce e per la fusione atmosferica di luce, colori e soggetti che tanto centrale è per gli impressionisti più rappresentativi.

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I piallatori di parquet, G. Caillebotte, 1875, Museo d’Orsay, Parigi

I piallatori di parquet è uno sguardo sul quotidiano delle classi lavoratrici, sulla semplicità del loro vivere ma anche sulla cura del lavoro. Possiamo ammirare uno stile del tutto personale che mescola un’accademica modalità di strutturare le figure nello spazio, un forte realismo unito all’attenzione meticolosa per i dettagli e una mirabile resa delle luci e delle ombre che sicuramente nasce dallo studio delle opere impressioniste di cui Caillebotte è un generoso mecenate.

Incantevole è la resa della “consistenza” della pioggia in Strada di Parigi in un giorno di pioggia: 

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Strada di Parigi in un giorno di pioggia, G. Cailebotte, 1877, Art Institute, Chicago

Anche in quest’opera vi è un attento studio compositivo e prospettico, ma tutto sembra perfettamente naturale, come lo scatto di un’istantanea fotografica. Pare quasi di poter sentire il profumo della pioggia fondersi con gli odori della città, il ticchettio delle gocce sugli ombrelli fare da sfondo alle chiacchiere dell’alta borghesia.

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